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Qui sotto è riportato un esempio prelevato dal nostro archivio. Questo esempio è sostituito automaticamente due volte ogni ora.


Motivazione al trattamento

Autore: Dr. Fabio Piccini, medico e psicoterapeuta junghiano (AIPA), responsabile del Servizio di Psicologia Clinica e Psicoterapia presso la Casa di Cura ”Malatesta Novello” di Cesena (FC) e webmaster del sito www.anoressia-bulimia.it. E-mail:

Versione iniziale: 16 giu 2003. Ultimo aggiornamento: 16 giu 2003.

I soggetti con disturbi alimentari sono i peggiori pazienti per un medico; mentre la maggior parte delle persone con un sintomo patologico vanno dal medico allo scopo di liberarsene e con una elevata motivazione al cambiamento terapeutico, i soggetti con disturbi alimentari si rivolgono al medico con intenzioni poco chiare. Quando vanno dal medico, solitamente non chiedono come prima cosa di essere aiutati a liberarsi dalla loro ossessione per il peso ed il controllo dell'immagine corporea, i loro reali sintomi, ma spesso chiedono aiuto per recuperare quel controllo sul loro peso che credono di aver perso.

Quando queste persone chiedono una consultazione medica non hanno la vera intenzione di abbandonare il controllo esercitato sul peso, essi sono in un vicolo cieco e sono molto stressati all'idea di abbandonare la difesa che per anni li ha protetti da quel mondo che li ha fatti sentire fragili e inadeguati.

Secondo numerosi medici, è difficile accondiscendere a questo tipo di richiesta e tollerare la bassa motivazione al trattamento che queste persone mostrano verso i propositi terapeutici.

Quando la maggioranza di questi pazienti decide di andare dal medico dopo molti anni di malattia, desidererebbe essere aiutata a cambiare ma, allo stesso tempo, ha una terribile paura del cambiamento. Temono che abbandonando i loro sintomi, dovranno apprendere un nuovo stile di vita in cui saranno molto più indifesi ed inadeguati rispetto agli altri e perciò verranno sopraffatti.

Il trattamento è possibile e nella maggior parte dei casi porterà a risultati positivi, ma solo alla condizione che il paziente comprenda quanta ansia si nasconde dietro la facciata di efficienza, ossessività e perfezionismo che mostrano.

Un paziente con disturbi alimentari è simile ad un sopravvissuto ad un naufragio rimasto solo per una settimana alla deriva aggrappato ad un pezzo di relitto di nave che, alla fine, viene trovato dagli elicotteri che gli lanciano una fune ed un salvagente.

Cosa sarebbe accaduto se il naufrago avesse lasciato andare il pezzo di legno? E se fosse annegato mentre cercava di aggrapparsi al salvagente? E se il salvagente non fosse bastato per sostenere il suo peso e tenerlo a galla? E che cosa sarebbe accaduto se la corda del salvagente si fosse rotta mentre i soccorritori tentavano di tirare il naufrago a bordo dell'elicottero? E se l'elicottero si fosse rotto causando così un ulteriore naufragio?

Ogni volta che dobbiamo persuadere i pazienti a seguire un trattamento cerchiamo di tenere a mente queste metafore. Solo in questo modo possiamo capire i desideri del paziente, le sue difficoltà e le sue paure nei confronti del trattamento.

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